Il "Bambino Povero".

scritto da Michele 57
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Autore del testo Michele 57

Testo: Il "Bambino Povero".
di Michele 57

Al cospetto di quei luoghi comuni che vogliono oggi considerare tutti i bambini “intrinsecamente buoni” e, come tali, tutti ugualmente incapaci di commettere il male, opporrei l’opinione di Sant’Alfonso Maria dei Liguori, il quale, da buon cattolico, era prima di tutto un realista; se pure, quel Dottore della Chiesa, non giungeva sino a giudicare gli infanti come “intrinsecamente crudeli”, non mancava, tuttavia, di scorgere anche in loro, in forma non addomesticata, quella tendenza al male che, per altro, risulta essere comune all’intiero il genere umano, in ragione del peccato originale. Si tratta di una delle verità che la nostra epoca, tanto colpevolmente incline ad edulcorare il senso d’ogni cosa, preferisce nemmeno contemplare.

Sarà capitato a ciascuno di noi di avere a che fare con un bambino e ci sarà successo certamente di poter denotare come, non appena si cessi di prestargli tutta la nostra attenzione, il suo sguardo subito si oscuri e lui, nel contempo storcendo la bocca, inizi a fissarci, fulminandoci con il suo più irato sdegno, che nulla ha dell’innocenza, ma molto dell’antica superbia primordiale. Non parliamo, poi, di che cosa venga ad accadere se, per caso, il nostro interesse si fosse distolto, per rivolgersi nei confronti di un altro pargolo; a quel punto, una violenta reazione del soggetto che si sia sentito trascurato verrebbe allora a costituire pressoché una certezza. Meditiamoci un poco: quale mai potrebbe essere l’obiettivo sentimento che muove un tal genere di comportamenti, se non, nella migliore delle ipotesi, una forma conclamata del più bieco e protervo egoismo? Dunque, anche soltanto alla luce di questa banalissima esemplificazione su base esperienziale, possiamo ancora logicamente sostenere, in tutta coscienza, che i bambini, per propria natura, siano sempre buoni?

Posseggo una memoria alquanto riandante (rammento distintamente svariate sequenze della mia esistenza, risalenti già ai miei due anni) e, dunque, mi trovo perfettamente in grado ricordare quel che effettivamente muoveva i miei comportamenti infantili; ora che (seppure col senno del poi) li posso moralmente valutare, non mi rimane se non lievemente inorridirne, riconoscendo nel loro fondamento – parecchio egoista e crudele, che pare sorgere da una dimensione anteriore alla stessa educazione – il germe di una ferocia non ancora temperata dalla ragione. Ad aiutarmi a non sentirmi proprio un mostro, molto ha contribuito la figura del “bambino povero” che, essendosi presentata come comune anche alle famiglie di parecchi fra i miei amici e conoscenti, tutto sommato, razionalmente mi ha indotto a ritenermi un poco più normale, rispetto a quanto temessi di non poter essere.

Nella mia tenera infanzia, il “bambino povero” costituiva una sorta di temuta entità predatoria, che entrava in giuoco, ad esempio, ogni qual volta io mi rifiutassi di consumare qualche vivanda, d’indossare qualche capo d’abbigliamento, oppure, di apprezzare adeguatamente il valore di qualche balocco o di talun oggetto. Lo schema nel quale s’inseriva la minaccia di un suo immediato intervento era pressoché tipico: «Non vuoi mangiare questa merenda? Non importa, la daremo al bambino povero e tu non avrai più nulla! Non vuoi indossare questo cappottino nuovo? Nessun problema, lo daremo al bambino povero e tu rimarrai senza! Continui a lamentarti della scomodità del cuscino del tuo lettino? Te lo porto subito via, per darlo al bambino povero!», Insomma, la rapace presenza del “bambino povero”, sempre in agguato, nell’attesa di potermi finalmente portar via giocattoli, cibo e vestiti, ha davvero ossessionato i miei giorni più verdi, obbligandomi ad ingozzarmi di vivande che mi disgustavano, ad infagottarmi in panni dalle forme o dai colori più improbabili, ed a dovermi servire di cuscini troppo duri o di coperte che mi provocavano forti prurigini.

Talvolta, intorno all’età dei cinque anni, mi capitava di mettermi alla finestra, semi occultato dietro la penombra del tulle delle tende, per cercare di scorgere di nascosto, intorno a casa, l’epifania furtiva del “bambino povero”, sempre pronto ad avventarsi velocemente a carpire qualcosa di mio, non appena me ne fosse scappata un’espressione di scarso apprezzamento. Tutto invano, il “bambino povero”, che doveva anche essere molto furbo, riusciva sempre a non farsi vedere, così eludendo le mie probabilità di contromisura.

In quell’epoca, passeggiando con la mia governante od accompagnando per le compere i nonni od i genitori, allorquando mi capitava d’imbattermi in qualche mio coetaneo mal messo e mal vestito, immediatamente mi sorgeva il sospetto che potesse trattarsi del “bambino povero” e subito affrettavo il passo, nel timore che potesse sottrarmi qualcosa.

Dopo pochi anni, convintomi ormai dell’inesistenza del “bambino povero”, il suo ricordo mi conservò, tuttavia, una sorta di tacita ostilità tenace nei confronti dei miei coetanei dimessi e trasandati. Troppo giovane per efficacemente dissimularlo, ne venni spesso redarguito da più parti, sulla scorta di argomentazioni etiche e religiose più che rigorose, tuttavia, verso gli otto - dieci anni, il mio adeguamento a quei canoni era piuttosto esteriore; poco più di una maschera che si doveva calzare, per attirare l’approvazione (per altro, di sovente in vario modo retribuita) di familiari e conoscenti. Valse a distogliermi da quella mia attitudine – ma per un pochettino soltanto – l’impressione che mi seppe trasmettere la riproduzione fotografica di una mia coetanea abbigliata di stracci (intesa a raffigurare i poveri), contenuta su di un libro per la preparazione alla Comunione ed alla Cresima; quell’immagine fece nascere in me qualche cosa d’indefinito, molto simile ad una vaga tenerezza.

Per mia fortuna, la Grazia, la ragione o, forse, i casi della vita, sono poi riusciti a progressivamente orientare il corso del mio interiore giudizio alla volta di tutt’altre direzioni, volgendomi l’anima ad un ben differente genere d’inclinazione spirituale, pur tuttavia, tornando al tema iniziale, da bambino (ed anche oltre) non ero obiettivamente cattivo e meschinamente egoista? Addirittura, sino ad arrivare al punto di mostrarmi più che disposto a sottopormi alle situazioni più odiose ed alle prove più sgradite, pur di non lasciar nulla al “bambino povero”? E, come già ho ricordato, la figura del “bambino povero” non viene forse a costituire un’entità generalizzata, altrettanto valevole per più infanti e più famiglie, con ciò rivelando una più generale attitudine, comune alla gran parte dei bambini che, quindi, possono correttamente valutarsi essere, per propria intrinseca natura, tendenzialmente egoisti e crudeli?

Non mi sono mai sposato e, per tanto, nemmeno ho potuto avere dei figli; piacendomi molto i bambini, ho sempre profittato di quelli degli amici, assumendo per loro una figura alquanto simile a quella di uno zio – o, ormai, persino quella crepuscolare d’un nonno – ma, ovviamente, mai quella di un padre e, dunque, non ho mai ritenuto di dover trasmettere loro la raffigurazione del “bambino povero” che, quindi, rimane qualcosa di ormai confinato nella mia personale memoria. Eppure, ancor oggi, camminando per strada verso il tramonto, con un residuo di trepida attesa, mi colgo a cercare, ai bordi del viale o nei pressi delle panchine del parco, il “bambino povero”, ma anche se ora sarei finalmente disposto a donargli tutto quanto mi chiederebbe, lui continua a non farsi vedere, al pari di quando lo consideravo un rapace nemico a cui non concedere nulla. Mi coglie l’impressione che, proprio in questo mancato incontro, risieda, assai probabilmente, l’effettiva sostanza della giusta penitenza che mi tocca di dover scontare, per il mio remoto difetto morale che il tempo pare non aver esaurito …
Il "Bambino Povero". testo di Michele 57
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